W. non chiude dossier, li moltiplica
Tra una polemica sugli ultrà e qualche altra uscita antigovernativa (quasi sempre di circostanza), il segretario del Partito democratico ha aperto la stagione postferiale annunciando una proposta di legge sull’estensione dei diritti elettorali amministrativi agli immigrati privi di cittadinanza italiana. Leggi Più che aprire dossier, li chiude

Tra una polemica sugli ultrà e qualche altra uscita antigovernativa (quasi sempre di circostanza), il segretario del Partito democratico ha aperto la stagione postferiale annunciando una proposta di legge sull’estensione dei diritti elettorali amministrativi agli immigrati privi di cittadinanza italiana. Si tratta necessariamente di una legge costituzionale, che richiede una doppia lettura e per la quale non esistono le condizioni politiche minime. E’ un esempio della tattica che punta, per imporre al dibattito politico un’agenda diversa da quella imposta dal governo, ad aprire sempre nuovi dossier. Nello stesso modo Veltroni si comporta all’interno del Pd. Ha aperto la petizione moltitudinaria “per salvare l’Italia”, si appresta a convocare una colossale conferenza programmatica, nella quale c’è da scommettere che verrà evocata una miriade di problemi, magari impostati in modo intelligente, ma sempre lasciati a metà, senza una possibilità concreta di soluzione effettiva.
Forse è questa la differenza più avvertibile tra lo stile di Silvio Berlusconi e quello del leader della principale opposizione. Nella ricerca della soluzione ottimale, le soluzioni possibili appaiono sempre insufficienti, ed è su questo paradigma che si leggono le critiche veltroniane a tutti i provvedimenti adottati dall’esecutivo berlusconiano. L’esito di questa tattica (c’è da sperare che lo sia, perché se invece è proprio lo stile dell’uomo non c’è niente che possa correggerlo), almeno a leggere i sondaggi di opinione, è catastrofica. La distanza tra il Pd e il Pdl, che alle elezioni era contenuto in poco più di 4 punti, sarebbe cresciuta di quattro volte in pochi mesi diventando pressoché incolmabile. I sondaggi, si sa, vanno presi con scanzonatezza, ma la sensazione di un disamoramento per un partito che non riesce ad affermare un profilo politico riconoscibile è assai diffusa.
Naturalmente in una situazione di questo genere è naturale che la leadership venga sottoposta a pressioni, che i vari gruppi cerchino una caratterizzazione propria più forte, che contrasti la debolezza di quella generale del partito. Questa è una conseguenza, non la causa delle difficoltà. Leadership forti hanno convissuto, per esempio nella Dc, con nomenclature e correnti assai più agguerrite di quelle che si stanno organizzando nel Pd. Però le nomenclature si battono chiudendo i problemi, mentre se se ne aprono soltanto, le si fa prosperare.